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Eventi a Milano - Teatro Carcano

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TEATRO CARCANO

l corso di Porta Romana, per lunghi secoli centro dell’eleganza cittadina, luogo prescelto per cerimonie trionfali e liete feste, alla fine del ‘700 vide diminuita la sua importanza, perché in altra zona della città a Porta Orientale, fiorivano nuovi quartieri prescelti per la residenza e i convegni dei nobili. Tuttavia il Piermarini, ancora negli ultimi anni del secolo, incaricato di sistemare il corso, provvide a restaurare le case, intervenne sulle decorazioni architettoniche con gusto personale, ordinò il miglioramento del suolo stradale, che venne selciato a nuovo e listato di trottatoi di granito sui quali sfrecciavano (si diceva a quel tempo) i cocchi spesso spinti a velocità smodate.
In questa cornice, tanto diversa da quella attuale, nel 1801 la Società teatrale della Casa Carcano decise di trovar spazio per un nuovo grande teatro. L’area era quella dell’ex convento di San Lazzaro, acquistata da Giuseppe Carcano – discendente di una nobile famiglia e amante delle arti – che già nel 1797 nel proprio palazzo (situato nell’odierna via Francesco Sforza) aveva aperto un teatrino privato, uno spazio resosi presto insufficiente ad accogliere il folto pubblico che lo frequentava.

Da settembre 2014 il Carcano ha visto insediati come direttori artistici Sergio Fantoni e Fioravante Cozzaglio. Dopo la morte di Fantoni nell’aprile 2020 e le dimissioni di Cozzaglio nel maggio 2021, da giugno 2021 la gestione è stata assunta dal Gruppo Sosia & Pistoia e dal manager Carlo Gavaudan che ha portato Lella Costa e Serena Sinigaglia alla direzione artistica e Mariangela Pitturru come responsabile della programmazione e del coordinamento artistico.


In ottemperanza alle norme attualmente in vigore, l’accesso è consentito esclusivamente agli spettatori muniti delle Certificazioni
Verdi Covid-19 (art. 9 Decreto Legge 22 aprile 2021, n. 52) e previa rilevazione della temperatura da parte del personale. Il pubblico è
obbligato a rispettare le norme sul distanziamento fisico sia nel foyer che in sala che nei corridoi e ad indossare correttamente la
mascherina (chirurgica oppure FFP2) coprendo bene naso e bocca.


BACK TO DANCE
Ideazione e direzione artistica Giulia

“Se basta un profumo per tornare a respirare, a noi basta un respiro per tornare a ballare”.

TRAMA
Dopo un anno digiuno di spettacoli, palcoscenici e teatri, Kataklò Athletic Dance Theatre, la più importante compagnia italiana di physical theatre, torna sulle scene inneggiando alla ripartenza: we are Back to Dance.
Giulia Staccioli, insieme all’attivo contributo artistico dei sei danzatori in scena, firma uno spettacolo che accosta frammenti differenti, inediti e di repertorio, portabandiera di un messaggio di speranza: raccogliamo tutti i pezzi, ricostruiamoci, rigeneriamoci, mostriamoci nuovi, ma sempre fedeli a noi stessi. Insomma, torniamo a ballare!
Back to dance si svolge in un tempo unico che affronta quattro tappe differenti: l’umanità, la mitologia, l’eroismo, la leggerezza. Racconta il ritorno in scena dei danzatori dopo aver vissuto un’esperienza universalmente condivisa. Nelle loro gambe c’è la voglia di ricominciare, un istinto continuamente frenato, ostacolato, reso sempre più complesso dalle circostanze.
Travolta dalla solitudine, dalla diffidenza e dalla paura dell’altro, l’umanità è stata portata a riscoprire le sue paure più profonde, i suoi istinti più vivi.
Ci siamo sentiti umani, appartenenti a quella specie che si è creata e plasmata con convinzioni profonde e apparentemente solide. Pilastri che si sono sgretolati, polverizzandosi in incertezze. Abbiamo dovuto trovare il coraggio di scoprirci deboli, soli, nudi. Ci siamo rialzati, abbiamo ricominciato a correre e ci siamo ritrovati. Con determinazione, tenacia e ironia abbiamo ripreso a ballare, consapevoli, ora più che mai, dell’importanza di farlo. La conquista è una rinnovata leggerezza.
La chiave di lettura offerta dallo spettacolo vuole essere positiva: giocando con l’ironia, l’energia e l’intensità proprie dello stile Kataklò, Back to Dance dà voce ai bisogni e ai desideri che ci hanno accomunato nell’ultimo periodo: camminare liberi tra la gente facendosi trasportare dal flusso, sentirsi parte di un tutto che si muove con decisione nella stessa direzione, un abbraccio, delicato o scontroso, purché sia fisico, ritrovarsi ad una festa e scatenarsi senza pensieri.
Tutto quello che eravamo è stato travolto da un vortice per poi essere messo in pausa, come in una vecchia fotografia. Kataklò decide però di schiacciare play e ricominciare con più energia.
L’atletismo e la poesia che hanno reso la compagnia ambasciatrice del Made in Italy nel mondo, tornano sulle scene ad ammaliare e a diffondere vitalità.
Le prospettive sono inevitabilmente cambiate, ma il linguaggio rimane lo stesso.


 

BALASSO FA RUZANTE
(Amori disperati in tempo di guerre)
Di Natalino Balasso

Natalino Balasso riscrive l’opera di Angelo Beolco detto il Ruzante e interpreta questo nuovo testo teatrale, nato da una raffinata e profonda ricerca linguistica, assieme ad Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel. Marta Dalla Via, fine caratterista e profonda conoscitrice delle corde espressive di Balasso / Ruzante, dirige questo ensemble affiatato, tesse i fili e i toni di questa commedia e calibra la vis comica con quella drammatica.
«Balasso è riuscito a intrecciare una compilation di testi tratti dall’opera di Beolco re-inventando un gergo che mantenesse senso e suono dell’originale» scrive Marta Dalla Via. «Una drammaturgia fatta di scelte lessicali che sono, in pieno stile ruzantiano, scelte politiche e polemiche. Un neo-dialetto obliquo, abbondante e spassoso, che rende concrete tre figure toccanti: l’amico rivale Menato, Gnua, donna sottoposta eppure dominante, e lo stesso Ruzante. Un uomo contemporaneamente furbo e credulone, pavido eppure capace di uccidere, un eroe comico dentro il quale scorre qualcosa di primitivo che lo rende immortale.
Credo che Angelo Beolco, con il suo alter ego e le sue opere, volesse dimostrare che un altro modo di fare arte/cultura era possibile e provava a fare azioni sceniche antisistema anche quando era accolto da quel sistema. In questo credo che la vicinanza con la poetica e la visione di Natalino Balasso sia evidente».


LA PARRUCCA
da La parrucca e Paese di mare di Natalia Ginzburg

 

TRAMA
Due atti unici di Natalia Ginzburg che sembrano l’uno la prosecuzione dell’altro. In Paese di mare una coppia girovaga e problematica prende possesso di uno squallido appartamento in affitto.
Lui, Massimo, è un uomo perennemente insoddisfatto, passa da un lavoro all’altro ma vorrebbe fare l’artista. Lei, Betta, è una donna ingenua, irrisolta, che si deprime e si annoia facilmente, e tuttavia è genuina come solo i personaggi della Ginzburg sanno essere.
A Betta la nuova casa non piace, come non le piace quel piccolo paese di mare. Ma Massimo, che ha la speranza di trovare un lavoro nell’industria di famiglia di un suo vecchio amico, la convince a restare. Tranne che l’amico si rivelerà pieno di problemi e non lo riceverà nemmeno. Così la coppia dovrà ripartire proprio nel momento in cui Betta si sarà affezionata al luogo e alla casa.
Ne La parrucca ritroviamo Betta e Massimo in un piccolo albergo isolato, dove si sono rifugiati per un guasto all’automobile. Betta è a letto disperata e dolorante perché durante un litigio Massimo l’ha picchiata. Massimo, che ora è pittore ma dipinge quadri che la moglie detesta, si è chiuso in bagno a leggere. Dopo aver urlato al marito la sua rabbia e la sua frustrazione per un matrimonio che non funziona più, Betta telefona alla madre e le rivela di essere incinta di un politico con cui ha una relazione clandestina.
Comico, drammatico, vero, scritto con l’ironia e la leggerezza che rendono la Ginzburg unica nel panorama della narrativa e della drammaturgia italiana, La parrucca conferma Maria Amelia Monti come straordinaria interprete ginzburghiana, l’attrice più adatta oggi a far rivivere quel personaggio femminile che tanto aveva di Natalia stessa.  Al suo fianco, Roberto Turchetta, attore di lunga esperienza teatrale che ha lavorato – tra gli altri – con Valerio Binasco, Emilio Solfrizzi, Silvio Orlando, Marina Massironi, Sergio Fantoni, Gioele Dix, Geppi Cucciari, Ugo Dighero, Riccardo Scamarcio.


LE VERITÀ DI BAKERSFIELD
di Stephen Sachs
Traduzione Massimiliano Farau
Con Marina Massironi · Giovanni Franzoni

TRAMA
Due destini, due vicende umane lontanissime che si incontrano nello scenario di un’America sempre percorsa da forti divari sociali. Maude, cinquantenne disoccupata, appare come una donna ormai vinta dall’esistenza, ma nell’evidente disordine della sua caotica roulotte è celato un possibile tesoro, un presunto quadro di Jackson Pollock.
Il compito di Lionel, esperto d’arte di livello mondiale, volato da New York a Bakersfield, è quello di fare l’expertise dell’opera che, in caso di autenticazione, potrebbe far cambiare completamente vita alla sua interlocutrice.
Il dialogo, che si svolge interamente tra le cianfrusaglie della casa-roulotte, marca molto le differenze tra i due, ma nel prosieguo dell’incontro accade che Maude si riveli assai meno sprovveduta di quanto appare e la posizione di Lionel appaia via via sempre più fragile in una sorta di ribaltamento di ruoli che conduce all’epilogo…
Ispirato a eventi veri, questo dramma comico crea domande vitali su ciò che rende l’arte e le persone veramente autentiche.
Le verità di Bakersfield (titolo originale Bakersfield Mist), mai rappresentato in Italia, è stato portato in scena nei migliori teatri negli Stati Uniti (tra i quali il Fountain Theater di Los Angeles e Orlando Shakespeare Theater) e tradotto in diverse lingue. Tra gli interpreti, hanno dato volto ai protagonisti anche Kathleen Turner e Ian McDiarmid, nella tenitura di tre mesi al West End di Londra.
Marina Massironi e Giovanni Franzoni lo interpretano magistralmente diretti dalla mano sapiente di Veronica Cruciani.
«Non possiamo pronunciare la parola verità senza che non scaturiscano in noi una successione di domande. Che cos’è una verità? Chi decide che cosa è vero e che cosa è falso?
Come si costruisce una verità a cui tutti credono fino a far pensare che sia la realtà?
Queste domande riguardano anche il mondo del teatro, dove la verità è una costruzione, una finzione paradossalmente necessaria. La verità o la sua finzione si incarnerà in un quadro di Jackson Pollock.
Il presunto Pollock farà incontrare i mondi di Lionel e Maude creando un dialogo intenso, che sarebbe stato impossibile senza il quadro…»
Dalle note di regia di Veronica Cruciani



HO PERSO IL FILO
Un progetto di Angela Finocchiaro, Walter Fontana, Cristina Pezzoli
Testo Walter Fontana

TRAMA
Una commedia, una danza, un gioco, una festa, questo è Ho perso il filo.
In scena un’Angela Finocchiaro inedita, che si mette alla prova in modo sorprendente con linguaggi espressivi mai affrontati prima, per raccontarci con la sua stralunata comicità e ironia un’avventura straordinaria, emozionante e divertente al tempo stesso: quella di un’eroina pasticciona e anticonvenzionale che parte per un viaggio, si perde, tentenna ma poi combatte fino all’ultimo il suo spaventoso Minotauro.
Angela si presenta in scena come un’attrice stufa dei soliti ruoli: oggi sarà Teseo, il mitico eroe che si infila nei meandri del Labirinto per combattere il terribile Minotauro. Affida agli spettatori un gomitolo enorme da cui dipende la sua vita e parte.
Una volta entrata nel Labirinto, però, niente va come previsto. Viene assalita da strane Creature, un misto tra acrobati, danzatori e spiriti dispettosi, che la circondano, la disarmano, la frullano come fosse un frappè, e soprattutto tagliano il filo che le assicurava la via del ritorno.
Disorientata, isolata, impaurita, Angela scopre di essere finita in un luogo magico ed eccentrico, un Labirinto, che si esprime con scritte e disegni: ora che ha perso il filo, il Labirinto le lancia un gioco, allegro e crudele per farglielo ritrovare.
Passo dopo passo, una tappa dopo l’altra, superando trabocchetti e prove di coraggio, con il pericolo incombente di un Minotauro affamato di carne umana, Angela viene costretta a svelare ansie, paure, ipocrisie che sono sue come del mondo di oggi e a riscoprire il senso di parole come coraggio e altruismo. Alla sua maniera naturalmente. Così la vedremo affrontare in tutta la sua inadeguatezza sfide paradossali, offrire improbabili e intempestive profferte d’aiuto a creature prossime a soccombere, trasformarsi in men che non si dica da benefattrice di bisognosi a aguzzina…
Il Labirinto è un simbolo antico di nascita – morte – rinascita. Anche Angela, dopo aver toccato il fondo, riuscirà a ritrovare il filo e con esso la forza per affrontare il Minotauro in un finale inatteso che si trasforma in una festa collettiva coinvolgente e liberatoria.



STORIA DI UN’AMICIZIA
Tratto dalla tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante (Edizioni e/o)
Ideazione Chiara Lagani e Luigi De Angelis
Drammaturgia Chiara Lagani
Testi Elena Ferrante (brani da L’amica geniale), Chiara Lagani (brani liberamente ispirati a Frank Lyman Baum)

TRAMA
Diviso in tre capitoli (Le due bambole, Il nuovo cognome e La bambina perduta), Storia di un’amicizia si basa sulla storia dell’amicizia tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i sentimenti, le condizioni di distanza e prossimità che nutrono nei decenni il loro rapporto. Sullo sfondo la coralità di una città/mondo dilaniata dalle contraddizioni del passato, del presente e di un futuro i cui confini feroci faticano ancora a delinearsi con nettezza. Il rapporto tra le biografie delle due donne con la storia particolare della loro amicizia e la Storia di un Paese travagliato dalle sue metamorfosi si intreccia in una sorta di agone narrativo che procede per squarci subitanei ed epifanie improvvise attraverso il racconto delle due protagoniste. Nel romanzo in quattro parti della Ferrante, Un’amicizia era il titolo del libro che raccontava, a posteriori, la vicenda del rapporto tra due donne; Storia di un’amicizia diviene qui, invece, il titolo del racconto, in forma di spettacolo, che Elena Greco (Chiara Lagani) compone a partire dalle vicende di una vita che la legano a Lina Cerullo (Fiorenza Menni), la sua amica geniale.
Nel primo capitolo, dedicato all’infanzia, le due amiche, bambine, gettano per reciproca sfida le loro bambole nelle profondità di uno scantinato nero. Quando vanno a cercarle, le bambole non ci sono più. Le due bambine, convinte che Don Achille, l’orco della loro infanzia, le abbia rubate, un giorno trovano il coraggio di andare a reclamarle. Le due attrici si fanno fisicamente attraversare dal testo di Elena Ferrante, la storia è “detta” dai loro corpi e lascerà su di loro un’impronta indelebile fino a trasformarle in una strana doppia ibrida identità, che porta su di sé l’impronta della bambina, della donna e della bambola al contempo.
Nel secondo capitolo, diviso in due parti, succedono molte cose: Lila si sposa, acquistando un nuovo cognome che la separa irreparabilmente da una intera fase della sua vita. I signori del rione, i fratelli Solara, vogliono adoperare l’immagine di Lina in abito da sposa per realizzare un grande manifesto da appendere nel negozio di scarpe, un tempo Cerullo, ora Solara. Lila, nel disperato tentativo di riaffermare il proprio controllo su quell’immagine, e così sulla sua vita, accetta di esporla, ma solo a patto di poterla modificare. La seconda parte dello spettacolo inizia proprio con la storia di quest’immagine, che sarà spezzata, incisa, violentemente trasformata dalle amiche, divenendo uno strano, evocativo emblema della loro storia.
Il terzo capitolo, infine, è dedicato alla maternità. Anche Elena, nel frattempo, si è sposata e ha avuto due figlie con Pietro Airota, un brillante compagno di Università. Si è allontanata dal rione per studiare e poi scrivere. Si è allontanata anche da Lila. Lila, dopo la fine del suo matrimonio, e dopo una burrascosa storia con Nino, l’antico amore di Elena, va a vivere con Enzo, compagno di scuola di un tempo. Quando Lila rimane incinta di Enzo, anche Elena è incinta, ma di Nino, ora suo amante. È forse questa maternità parallela che riattiva il legame, mai interrotto, tra le amiche. Le due bambine (Tina, la figlia di Lila, e Imma, la figlia di Elena) crescono insieme, specchio dell’amicizia tormentata delle madri. Finché un giorno, all’improvviso, Tina scompare…



OBLIVION RHAPSODY
Uno spettacolo di e con gli OBLIVION:
Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli

TRAMA
Uno show per festeggiare l’anniversario dei primi dieci anni di tournée insieme: Oblivion Rhapsody è la summa dell’universo Oblivion come non l’avete mai visto né sentito prima d’ora. In piena crisi di mezza età, i cinque rigorosi cialtroni sfidano sé stessi con un’inedita e sorprendente versione acustica della loro opera omnia. Uno spettacolo che toglie tutti i paracadute per arrivare all’essenza dell’idiozia: cinque voci, una chitarra, un cazzotto e miliardi di parole, suoni e note scomposti e ricomposti a prendere nuova vita.
Per la prima volta gli Oblivion saliranno sul palco nudi e crudi per distruggere e reinventare le loro hit, dopo aver sconvolto senza pietà quelle degli altri.
Oblivion Rhapsody è un gigantesco bigino delle performance più amate e imitate che parte dalle famose parodie dei classici della letteratura, passando per la dissacrazione della musica a colpi di risate, un viaggio lisergico che ripercorre anni di raffinate e folli sperimentazioni, senza soluzione di continuità, in lungo e in largo, di palo in frasca. Tutto il meglio (e il peggio), quello che non ricordavate, quello che amate di più e quello che non avete mai visto, in un viaggio allucinato e visionario che collega mondi mai avvicinati prima d’ora.

GLI OBLIVION
Gli Oblivion sono i cinque sensi della satira musicale, i cinque continenti della parodia, i cinque gradi di separazione fra i Queen e Gianni Morandi. Li hanno definiti “atomizzatori di repertori musicali, pusher di pillole caricaturali” ma anche “meravigliosamente superflui, come le Piramidi”.
Gli Oblivion giocano con la musica e il teatro. Sono uno Spotify vivente che mastica le note e le digerisce in diretta in modi mai sentiti prima. Un OGM che spazia tra genio e follia, giocoleria e cabaret, intrattenimento leggero e profonda demenzialità.
Assistere ai loro show è un’esperienza folle e irripetibile che provoca risate scomposte, isteria collettiva, ma soprattutto interminabili richieste di bis.
«Gioco, paradosso, ironia, sorriso: questo – scrive Giorgio Gallione nelle note di regia – è il Comico che vedo negli Oblivion. Il tutto sorretto e condito da un talento continuamente messo in discussione e da una professionalità feroce. Rivolta soprattutto contro sé stessi […] Riguardandoli ripenso sempre ai “valori” che Calvino suggerisce come fondamentali nelle sue Lezioni Americane: leggerezza, rapidità, esattezza, molteplicità, visibilità. E tanto serio divertimento. Perché senza gioia le parole, e le musiche, hanno i piedi di piombo.»

 

LE SEDIE
Di Eugène Ionesco
Traduzione Gian Renzo Morteo
Con Michele Di Mauro e Federica Fracassi

TRAMA
Valerio Binasco affronta per la seconda volta – dopo La lezione diretta per lo Stabile di Genova – il teatro di Eugène Ionesco con Le sedie, un classico che ancora oggi demolisce tutte le convenzioni su cui si basa la nostra quotidianità. I personaggi e le situazioni delle pièce di Ionesco sono intorno a noi, reali e riconoscibili: sono le feroci vicine di casa che si esprimono esclusivamente con proverbi o frasi fatte, i colleghi dalla parlantina irrefrenabile, gli amici vittimisti.
Binasco dirige Michele Di Mauro e Federica Fracassi in una commedia i cui tratti assurdi si dissolvono in un vuoto carico di parole che via via perdono senso, in una dimensione di frustrazione che a distanza di quasi settant’anni dal debutto dello spettacolo (prima assoluta al Théâtre Lancry di Parigi, il 22 aprile 1952) sembra parlare direttamente al nostro disarmante presente.
Un faro abbandonato su un’isola: un vecchio e una vecchia attendono in una grande sala gli ospiti per una conferenza, una cerimonia sontuosa per accogliere un oratore e il suo messaggio fondamentale. Due vecchi, marito e moglie, che goffamente rivelano la loro piccola realtà: illusioni, delirio, fallimento, ma soprattutto un grande silenzio, una mancanza di interlocutori così come di comunicazione. Ma comunicare cosa? È un grande vuoto quello che risuona intorno ai due anziani, circondati da una ressa di figure inesistenti, sedie che si accatastano, rumori di sottofondo, senza che nulla avvenga realmente, perché in questa farsa tragica, dove si ride con angoscia, il nodo centrale è esorcizzare la paura, la disperazione.
«Il teatro di Ionesco – scrive nelle sue note di regia Valerio Binasco – è una specie di mondo rovesciato: tutto quel che ci entra dentro si capovolge, come il salto di un pagliaccio. Dato che l’assurdo (alla cui “scoperta” Ionesco deve la sua fortuna nel campo della letteratura teatrale) è il tema filosofico di tutte le sue pièce, così anche la filosofia si muta in materia per buffoni.
È un giullare, Ionesco, che prende in giro il suo Re quando il suo Re è il teatro, e nelle sue commedie si percepisce l’odio e l’amore per esso […] E allora prendiamo coraggio, e diciamo che è arrivato il tempo di portare in scena anche l’altro lato del suo sentimento verso il teatro: l’amore [….]
Ed ecco, allora, che sto rivelando il mio segreto intento di regista: fare di questo testo una storia di tenerezza umana […]
Dedico questo nostro viaggio nel mondo al rovescio delle Sedie alla vera assurdità della nostra epoca: alla speranza».



LA PESTE DI CAMUS.
Il tentativo di essere uomini.

 

TRAMA

«I capolavori dell’arte, di qualsiasi arte, sono tali perché sanno curarti l’anima.

I classici sono capaci di farlo attraversando epoche, latitudini e società.
Durante il lockdown del marzo 2020 cercavo qualcuno o qualcosa che mi aiutasse ad orientarmi al di là del chiacchiericcio incessante e angoscioso dell’”attualità”.
Mi sentivo smarrita. Cercavo disperatamente le parole giuste per definire che cosa stesse accadendo dentro e fuori di me ma non ci riuscivo: restavo in balia di un malessere indistinto eppure forte, molte forte. Come molti, credo.

Così mi sono detta: prova a leggere Camus, prova a leggere “La peste”. Non ero sicura fosse l’idea giusta: c’è “la peste” e io mi metto a leggere proprio “La peste”?! Avevo paura che mi avrebbe spaventata o magari appesantita. Eppure sentivo un richiamo istintivo, qualcosa che mi spingeva verso quel romanzo e non altri. E dunque ho cominciato.
L’ho divorato e quando ho chiuso l’ultima pagina…ero felice e commossa! Provavo come non provavo da tempo una sensazione tangibile di lieto benessere. Una leggerezza che credevo persa per sempre.
“La peste” di Camus scandaglia a fondo l’animo umano e lo fa scegliendo un momento estremo, di assoluta emergenza, di sconvolgimento dell’ordinario.
È divertente, è commovente, è appassionante, è sorprendente, l’umanità di Camus. L’autore francese ci guarda senza giudicarci mai, con occhi sempre nuovi. E ci propone una direzione possibile, un senso al caos, un freno alla paura. L’amore, l’amore laico e terreno, è l’inaspettato protagonista di questa storia, il filo che unisce le strane vicende intercorse ad Orano in un anno imprecisato degli anni ‘40. E Il tentativo di essere uomini e non bestie è il più semplice e radicale senso della vita.

“La peste” di Camus è un capolavoro.
E oggi è un testo necessario.
Ho deciso il giorno stesso che l’ho finito di condividerlo col pubblico, in teatro, convinta che, come aveva fatto bene (e tanto) a me, avrebbe potuto farlo ad altri.
Così ho coinvolto Emanuele Aldrovandi, che oltre ad essere un amico è un grande drammaturgo.
Ci siamo messi al lavoro per adattarlo alla scena. Un adattamento che abbiamo voluto quanto più fedele all’originale.

Sul palco si muoveranno quindi i cinque personaggi principali voluti da Camus: Rieux, il medico, Tarrou, lo storico, Rambert, il giornalista, Cottard, il faccendiere, Grand, l’impiegato. Attorno a loro l’universo umano dei co-protagonisti: il portinaio, Padre Paneloux, il prefetto ed altri ancora.
Passeremo senza soluzione di continuità dal dialogo alla narrazione, dalla narrazione al dialogo, esattamente come accade nel romanzo, cercando la sintesi scenica che il teatro richiede.
Nella speranza di fare un buon servizio a questo capolavoro e al benessere del nostro gentile pubblico.»


L’AMORE SEGRETO DI OFELIA
di Steven Berkoff
Drammaturgia Chiara Lagani
Con Chiara Francini
e Andrea Argentieri


TRAMA
Due attori provano a distanza il testo di Berkoff: lei è Ofelia e si immaginava il suo Amleto in modo molto diverso da quello a cui la realtà l’ha messa a confronto. Dopo un iniziale disappunto, però, la fascinazione per il testo, con le sue spiraliformi e sensuali circonvoluzioni retoriche, prende il sopravvento e la costringerà (drammaticamente) a rivedere le sue posizioni iniziali. È così che sulla scena noi vediamo infine proprio quello spettacolo, provato conflittualmente a distanza, e che alla fine ha preso forma.
L’amore segreto di Ofelia di Steven Berkoff ha la forma di uno scambio epistolare: si tratta delle ben note lettere che Ofelia, in un punto molto famoso della tragedia shakespeariana, restituisce ad Amleto e il cui contenuto il Bardo ci tiene genialmente (e opportunamente) nascosto. Nel voler esporlo a tutti costi, rivelando l’indicibile, si misura qui una sorta di strappo, di rottura del senso del pudore, talora quasi comica, che ci mette a contatto con la parte oscena, in senso etimologico (cioè “fuori dalla scena”) e, appunto, segreta, di quell’amore così celebre.
La sproporzione tra contenuti pulsionali e spirito adolescenziale da una parte e il linguaggio arcaico dei versi dall’altra, e in parallelo quella tra gli attori e il testo che devono andare a interpretare, imprimono a poco a poco una strana accelerazione all’immobilità della scena, che viene enfatizzata dal procedere inevitabile e fuori campo della tragedia, dalla quale sono stati prelevati i due sfortunati protagonisti. Il loro destino drammatico si compie fatalmente in un altrove misterioso e sconosciuto, di cui però il pubblico conosce già tutti i dettagli: le morti, la follia, il tragico finale.
Nell’inevitabile incedere del dramma, però, si incastrano qui questioni nodali anche per la nostra epoca: la distanza tra passione e azione, il rapporto conflittuale con un ruolo obbligato a cui dobbiamo o vogliamo per forza aderire, il sentimento di un tempo implacabile che tutto trascina, la sovrapposizione tra finzione e realtà, sogni e desideri.


SE NON POSSO BALLARE… NON È LA MIA RIVOLUZIONE
Con Lella Costa
Ispirato a Il catalogo delle donne valorose di Serena Dandini


Serena Dandini e Lella Costa si trovano a convergere all’interno di uno spettacolo teatrale che porta la firma di Serena Sinigaglia. In scena donne intraprendenti, controcorrente, spesso perseguitate, a volte incomprese, che hanno lottato per raggiungere traguardi che sembravano inarrivabili, se non addirittura impensabili. Donne valorose che seppure hanno segnato la storia, contribuendo all’evoluzione dell’umanità, per uno strano sortilegio raramente vengono ricordate, con difficoltà appaiono nei libri di storia e tanto meno sono riconosciute come maestre e pioniere.
Mary Anderson ha inventato il tergicristallo. Lillian Gilbreth la pattumiera a pedale. Maria Telkes e l’architetto Eleanor Raymond i pannelli solari. Entrano in gruppo, scambiandosi idee geniali per migliorare il vivere quotidiano.
Ci sono Marie Curie, Nobel per la fisica, e Olympe De Gouges che scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Ci sono Tina Anselmi, primo ministro della Repubblica italiana, e Tina Modotti, la fotografa guerrigliera.
Martha Graham che fece scendere dalle punte e Pina Bausch che descrisse la vita danzando. E poi c’è Maria Callas con la sua voce immortale come immortale è il canto poetico di Emily Dickinson. C’è Angela Davis che lottò per i diritti civili degli afroamericani e c’è la fotoreporter llaria Alpi. Le sorelle Bell: Vanessa e naturalmente Virginia, la Woolf!
Entrano una dopo l’altra, chiamate a gran voce con una citazione, un accento, una smorfia, un lazzo, una canzone, una strofa, un ricordo, una poesia, un gemito, una risata. O solo col nome, che a volte non serve aggiungere altro.
Entrano nel gran salone da ballo ciarlando e muovendo le vesti. Si aggirano come fossero, finalmente, felici tutte, per dirla con Elsa Morante che è lì con loro.
E ballano. Ballano Ingrid Bètancourt, Hannah Arendt, Annie Besant, Grazia Deledda, Iolanda D’Aragona, Anna Frank, Eloisa, Artemisia Gentileschi e molte, molte altre, fino a farci girare la testa ed essere più di… cento!
Una al minuto. Tante, eppure non ancora tutte, le valorose nella voce e nei gesti di Lella Costa che, come un gran cerimoniere, le invita a entrare e balla con loro.
Perché, come disse magistralmente e per sempre una di loro, Emma Goldman, se non posso ballare questa non è la mia rivoluzione.



ROMEO E GIULIETTA. Una canzone d’amore.
di Babilonia Teatri
da William Shakespeare
Con Paola Gassman, Ugo Pagliai,
Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi


TRAMA
Ugo Pagliai e Paola Gassman sono i protagonisti di questo inedito Romeo e Giulietta che la compagnia Babilonia Teatri, vincitrice del Leone d’argento alla Biennale Teatro 2016 ha tratto da William Shakespeare. Lo sguardo profondo e irriverente che caratterizza la compagnia, ha inquadrato il grande classico di Shakespeare con un radicale ribaltamento di prospettiva rendendo protagonista assoluta dello spettacolo una coppia inossidabile come quella formata da Pagliai e Gassman.

La nuova versione di “Romeo e Giulietta” si concentra interamente sui protagonisti della vicenda, mettendo da parte tutto il contorno: la guerra tra le rispettive famiglie, gli amici di Romeo, i genitori di Giulietta e il frate. E lo spettacolo ci interroga su quanto questa storia sia anche nostra, su quanto sia quella degli attori che la interpretano, su quanto a lungo possa ancora sopravvivere a se stessa dopo averci accompagnati.

«Quando abbiamo deciso di mettere in scena Romeo e Giulietta avevamo chiare due scelte: gli unici personaggi di Shakespeare presenti nello spettacolo sarebbero stati Romeo e Giulietta e ad interpretarli sarebbero stati due attori anziani» affermano i Babilonia. «Le scene in cui Romeo e Giulietta si incontrano e dialogano, isolate dal resto del testo, assurgono a vere e proprie icone di un amore totale e impossibile. Il fatto che a pronunciarle siano Paola Gassman e Ugo Pagliai, coppia legata da più di cinquant’anni, le rende commoventi e profonde. Le rende concrete e per quanto poetiche non suonano mai auliche. I continui riferimenti alla morte, alla fine, alla notte e alla tomba di cui Shakespeare punteggia l’intero testo assumono qui una veridicità che sconvolge ed emoziona spingendoci ad empatizzare con gli attori sulla scena». L’età di Romeo e Giulietta cambia, ma il binomio Amore e Morte su cui si basa il capolavoro di Shakespeare rimane presente.



DON GIOVANNI, l’incubo elegante
Di e con Michela Murgia
Alla fisarmonica Giancarlo Palena

 

TRAMA
Michela Murgia torna al teatro portando in scena una sua personale passione: il melodramma.
Melomane esperta, la Murgia riscrive il Don Giovanni di Mozart mantenendo inalterati i personaggi principali del libretto di Da Ponte: ritroviamo quindi, oltre il noto protagonista libertino e bugiardo, anche il suo incauto assistente Leporello e il serioso Don Ottavio a ricalcare gli stereotipi, ancora presenti nel mondo contemporaneo, dell’“essere maschio”.
L’universo femminile è invece incarnato da tre donne molto diverse l’una dall’altra, quasi a rappresentare tre archetipi comportamentali: Donna Anna, esempio di rigore morale e ossequio delle tradizioni, Elvira, tradita e costantemente beffata da Don Giovanni ma illusoriamente convinta di poterlo redimere, e Zerlina, donna curiosa che armata di malizia intende affacciarsi al mondo con comportamenti frivoli e infantili.
Michela Murgia intrattiene un racconto evolutivo portandoci in una seduta psicanalitica: la sua.
Attraverso la descrizione dei personaggi dell’immortale opera mozartiana, svela la sua esperienza e la sua posizione in tema di rapporti di coppia, dunque anche di amore, sesso, rabbia, rancore.
Un monologo o, più profondamente, un dialogo con un interlocutore invisibile e quanto mai presente: lo psicanalista cui possiamo chiedere e confidare tutto. Con lui, in maniera immaginaria e immaginifica come davanti ad uno specchio, Murgia riflette sulle infinite sfaccettature della psicologia maschile che incontra – e si scontra – con l’universo femminile, in un dissidio ancora irrisolto.
A coadiuvare il flusso di coscienza la musica di Wolfgang Amadeus Mozart, eseguita da un solo strumento, la fisarmonica di Giancarlo Palena.



UCCIDERÒ IL GATTO DI SCHRÖDINGER
Di e con Gabriella Greison
E con Marco Caronna

Siamo in procinto di entrare in quella che gli scienziati chiamano la Seconda Rivoluzione Quantistica (la Prima ha portato tra le nostre mani i laser, i computer, i superconduttori e gli smartphone), e in questo scenario nasce l’esigenza da parte di Gabriella Greison di dare una nuova narrativa alla fisica quantistica, umana e alla portata di tutti.

Ucciderò il gatto di Schrödinger è una storia, un racconto incentrato sul personaggio di Erwin Schroedinger, il fisico austriaco che prima di tutti ha pensato quello che oggi ha rivoluzionato il nostro modo di vivere, e il nostro futuro.

Greison ha fatto le sue ricerche a Vienna, dove Schrödinger è nato, ha vissuto, e dove è conservato l’archivio delle sue pensate, e ha creato questa storia che ha nel gatto di Schrödinger una mirabile metafora di vita.

Il gatto di Schrödinger è entrato nel frasario comune, chiunque crede di conoscerlo, è presente in quindici film di recente dell’ultimo decennio, sette serie tv di successo, centinaia di web comics, strisce satiriche, spopola su youtube, è l’argomento di fisica più rappresentato fuori dagli ambienti scientifici. Anche i ciarlatani del web ne fanno largo uso, quelli che pensano di spiegare la mente tramite la fisica quantistica. Insomma, tutti pensano di conoscerlo, ma nessuno sa realmente cosa sia. Soprattutto nessuno conosce il personaggio di Erwin Schrödinger, uno scienziato anni luce lontano dall’ideologia comune: bigamo, amante della bella vita, grande seduttore di bellezze femminili, anticonformista, filosofo, gran camminatore, uomo dai principi altissimi, lontano dagli stereotipi e dalla politica.

La sua amicizia con Albert Einstein, i computer quantistici, l’intelligenza artificiale, la mente quantica, i mondi paralleli, l’entanglement quantistico, gli esperimenti mentali, la sincronicità. Tutto questo è Ucciderò il gatto di Schrödinger. Una storia che non è mai stata raccontata, e che lascerà tutti senza fiato.

Una storia che è uscita per Mondadori in tutte le librerie in autunno 2020.

Gabriella Greison è una fisica, scrittrice, giornalista professionista, attrice teatrale. E’ stata definita “la donna della fisica divulgativa italiana” (Huffington Post), “la rockstar della fisica” (Corriere della Sera), “il volto rivoluzionario della scienza in Italia” (GQ). Ha scritto la trilogia sulla fisica quantistica: L’incredibile cena dei fisici quantistici, Hotel Copenaghen e La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm Hall. Da questi tre romanzi ha tratto altrettanti spettacoli teatrali. Ha scritto Einstein e io in cui racconta la vita di Mileva Maric, fisica, prima moglie di Einstein e madre dei suoi figli; EINSTEIN FOREVER e Sei donne che hanno cambiato il mondo (Marie Curie, Lise Meitner, Emmy Noether, Rosalind Franklin, Hedy Lamarr, Mileva Maric). Sempre sulla fisica quantistica ha creato anche il primo podcast Il cantico dei quanti: sedici lezioni facili, a braccio, solo con la sua voce, su Audib



PHON. Istruzioni per l’uso

Di e con Michela Murgia e Chiara Valerio

Supponiamo è che l’umanità si sia, quasi totalmente, estinta – il riflessivo è d’obbligo, le mucche, per esempio, non possono estinguersi da sole – e che, trascorso qualche decennio dall’estinzione, un manipolo di adolescenti cresciuti, ignari del mondo, su un’isola sperduta, prenda il mare e giunga sulle coste italiane e non trovi scritti sparsi o libri, ma solo dispositivi e alcuni manuali di istruzione.
Supponiamo che da quelli debba dedurre i nostri comportamenti. Cosa penseranno di noi, leggendo queste istruzioni?
Che immagine disegnano di noi i nostri elettrodomestici?
Di certo fanno qualcosa di più di quello per cui sono stati progettati. Dicono qualcosa di più dei loro cigolii, e soprattutto esercitano a qualcosa di più rispetto al loro buon utilizzo.
Sarà internet, sarà il clima politico e civile in cui tutto deve essere immediato, ma nessuno legge più i libretti delle istruzioni, si preferisce premere pulsanti a caso e passare il tempo col servizio clienti per lenire la solitudine di certi pomeriggi. Ma non parliamo di post-umanesimo e politica, parliamo del phon.





MUSEO PASOLINI
con Ascanio Celestini


TRAMA
Secondo l’ICOM (International Council of Museums) le cinque funzioni di un museo sono: ricerca, acquisizione, conservazione, comunicazione, esposizione. Come potrebbe essere un museo Pier Paolo Pasolini?
In una teca potremmo mettere la sua prima poesia: di quei versi resta il ricordo di due parole “rosignolo” e “verzura”. È il 1929. Mentre Mussolini firma i Patti Lateranensi, Antonio Gramsci ottiene carta e penna e comincia a scrivere i Quaderni dal Carcere. E così via, come dice Vincenzo Cerami: “Se noi prendiamo tutta l’opera di Pasolini dalla prima poesia che scrisse quando aveva 7 anni fino al film Salò, l’ultima sua opera, noi avremo il ritratto della storia italiana dalla fine degli anni del fascismo fino alla metà degni anni ’70. Pasolini ci ha raccontato cosa è successo nel nostro paese in tutti questi anni”.

Nel suo nuovo spettacolo, Ascanio Celestini ci guida in un ipotetico Museo Pasolini che, attraverso le testimonianze di uno storico, uno psicanalista, uno scrittore, un lettore, un criminologo, un testimone che l’ha conosciuto, si compone partendo dalle domande: qual è il pezzo forte del Museo Pasolini? Quale oggetto dobbiamo cercare? Quale oggetto dovremmo impegnarci ad acquisire da una collezione privata o pubblica, recuperarlo da qualche magazzino, discarica, biblioteca o ufficio degli oggetti smarriti?
Cosa siamo tenuti a fare per conservarlo?
Cosa possiamo comunicare attraverso di lui?
E infine: in quale modo dobbiamo esporlo?