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Eventi a Milano - Teatro Fontana

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NEL CUORE DEL QUARTIERE ISOLA, IL TEATRO FONTANA È PUNTO VITALE DI RIFERIMENTO NELLA CITTÀ DI MILANO. 

Tante e differenziate sono le proposte artistiche: la prosa serale, gli spettacoli in matinèe per le scuole, i weekend dedicati alle famiglie, il festival Jazz e le rassegne di danza contemporanea sono attività che nel corso della stagione attraggono un pubblico eterogeneo e variegato. Oltre ad un solido progetto educativo offriamo intrattenimento culturale di alta qualità grazie ad un’attenta scelta degli spettacoli ospiti e al grande sforzo produttivo compiuto annualmente per offrire alla città sempre nuove visioni.Il lavoro sul territorio si affianca a quello compiuto a livello nazionale dalle lunghe tournée firmate Elsinor che attraversano l’Italia da nord a sud. Classico e contemporaneo, tradizione e innovazione, scrittura e riscrittura, drammaturgie originali e testi appartenenti al patrimonio culturale comune: queste le linee guida del teatro, uno spazio in continuo rinnovamento che da quest’anno cambia nome e diventa semplicemente Teatro Fontana.
Un processo di qualificazione artistica che incrementa in qualità e quantità la progettualità, offrendo alla città nuove ed interessanti occasioni di spettacolo e dando spazio ai talenti emergenti nel panorama teatrale italiano. Non solo una sala, dunque, ma anche e soprattutto un luogo di incontro e confronto, uno spazio produttivo che si allarga all’esterno, oltre la platea, per creare arte anche in luoghi non convenzionali come i suggestivi Chiostri bramanteschi adiacenti al teatro.
Tante le proposte fra nuove produzioni, riprese e ospitalità che creano un itinerario nella tradizione aprendo però dei varchi sulla drammaturgia contemporanea.

 

LE RANE
Βάτραχοι, 1418: “sono sceso quaggiù a cercare la poesia, perché il nostro paese possa salvarsi”

da Aristofane
progetto e regia Marco Cacciola
con (in o.a.) Giorgia Favoti, Matteo Ippolito, Lucia Limonta, Claudia Marsicano, Francesco Rina
e un coro di cittadini ogni giorno diverso
traduzione Maddalena Giovannelli, Martina Treu
dramaturg Lorenzo Ponte
scene Federico Biancalani
costumi Elisa Zammarchi
direzione tecnica Rossano Siragusano
musiche e suono Marco Mantovani
assistente alla regia Gabriele Anzaldi
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale / Teatri di Bari /Solares Fondazione delle Arti

TRAMA
Uno dei capolavori del commediografo greco Aristofane rivive in un allestimento inedito e originale, che accompagna il pubblico in un viaggio negli inferi surreale e ricco di sorprese.
In scena assistiamo alle rocambolesche peripezie del Dio Dioniso e del suo servo Xantia, scesi nell’Ade per riportare in vita Euripide nella speranza di risollevare le sorti della tragedia, ormai in declino. Tra incomprensioni ed equivoci, mascheramenti e svelamenti, i due riporteranno invece dall’aldilà un altro grande tragico, Eschilo. In scena attori professionisti e un coro di  cittadini, con l’intenzione di recuperare lo spirito originario della tragedia antica  e di raccontare  la realtà di una polis sull’orlo del collasso, la tragedia di un mondo che ha bisogno di Poesia.

Un nutrito gruppo di lavoro avrà l’obiettivo di creare un evento gioioso e partecipato, nel tentativo di rifondare quell’antico anfiteatro in cui pubblico e attori potevano guardarsi negli occhi e condividere un’esperienza comune. Così il viaggio dei protagonisti si estenderà a tutto il coro e da lì all’altra metà del cerchio – il pubblico – perché si perda il confine tra testimoni e protagonisti.
Dioniso e Xantia saranno i due lati di quello specchio deformante che è la commedia, i due aspetti della nostra umanità in bilico tra afflato divino e greve animalità. Un elastico teso tra alto e basso, aulico e popolare, che accompagnerà coro e pubblico in un coinvolgimento “dionisiaco”.
In un’epoca di profonda incertezza politica e culturale, di grandi realtà virtuali in cui siamo immersi, il teatro può ancora essere un aiuto a fare comunità. Ed è possibile esprimere il mondo d’oggi per mezzo del teatro, solo a patto che lo si descriva come un mondo che può essere cambiato.
Allora agire il coro, oggi, al centro della scena, diventa questione politica, per ristabilire l’antico legame di sangue tra la società e la sua rappresentazione. Perché il teatro, come la politica, è una poesia che non si scrive da soli. È una storia che si fa con gli altri.



LA GRANDE ABBUFFATA
C’è un punto in cui il corpo e la mente vivono insieme la consapevolezza di ogni istante che passa. Forse lì si nasconde il naturale senso del tutto, che da quando abbiamo cominciato a ragionare ci fa dire Dio, fortuna, destino, speranza, paura e felicità e altre parole simili.
Michele Sinisi

Durata 70 minuti senza intervallo

SONO PRESENTI SCENE DI NUDO INTEGRALE

TRAMA
Una sorprendente riscrittura teatrale di uno dei film più controversi e amati di Marco Ferreri, diventato ormai un vero e proprio cult del Cinema Italiano.
Fischiata al Festival di Cannes dalla critica per la sgradevolezza e la volgarità pornografica delle immagini, La grande abbuffata ebbe invece un incredibile successo di pubblico, inusuale se si considera la forza eversiva e antiborghese dei suoi contenuti.
La storia dei quattro amici che si rinchiudono in una villa decisi a suicidarsi mangiando e bevendo fino alla morte diventa potente allegoria di una società incentrata sul consumo, abituata a divorare tutto.
Insieme al drammaturgo Francesco M. Asselta e allo scenografo Federico Biancalani, il regista opera una vera e propria riscrittura del testo indagando sul rapporto fra un sistema tuttora votato all’abbuffata indiscriminata (di informazioni, di prodotti, di opinioni, di fatti senza soluzione di continuità) e il corpo come organismo in grado di riprendere possesso del presente tornando alla sua esistenza fisiologica.

CREDITI
Dall’omonimo film Di Marco Ferreri
Drammaturgia Francesco Maria Asselta, Michele Sinisi
Regia Michele Sinisi
Scenografie Federico Biancalani
Con Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Adele Tirante

 


LIVORE Mozart e Salieri

Un testo che apparecchia uno scenario pinteriano nella preparazione di una cena che dovrebbe facilitare rapporti e scritture attoriali per prossime fiction televisive. Scorrevole e leggera all’apparenza, la commedia diventa un saggio su debolezze e veleni che governano il mondo.
Gianfranco Capitta, Il Manifesto

TRAMA
LIVORE è un motore che corre dentro l’umano. Istintivo, primitivo, ineluttabile. Frenarlo, contenerlo è impresa impossibile. Abita nel profondo dell’animo e si nutre di quella assoluta solitudine. Una lenta, disperata macerazione interiore pronta a esplodere nel momento più inopportuno.
LIVORE è una scrittura che prende spunto dal mito del Mozart e Salieri e scava nelle ragioni dell’invidia nel mondo contemporaneo. Due attori, uno di talento e squattrinato, l’altro mediocre ma di successo, aiutato nella sua scalata da un fidanzato/agente capace di costruire una rete di rapporti in grado di “valorizzare” la sua incapacità. Poche ore prima di una cena con “la gente che conta” l’attore di talento fa irruzione in casa della coppia dando inizio a un match all’ultimo sangue in cui la finzione dei rapporti umani si troverà a fare i conti con la verità dell’azione scenica. Un campo minato dove la vita trattenuta deflagrerà e le parvenze ostentate si ridurranno in frantumi.
Con questo lavoro riflettiamo sul livore con cui denti non afferrano il pane che altri livorosi non sanno di avere, su come la ricerca del merito e del prestigio non sia la sola chance per la riconoscenza e su come a volte, dietro l’invidia, possa nascondersi la meraviglia dell’adorazione.

CREDITI
uno spettacolo di VicoQuartoMazzini
con Michele Altamura, Francescod’Amore, GabrielePaolocà
drammaturgia Francesco d’Amore
regia Michele Altamura e Gabriele Paolocà


SOFFIAVENTO - UNA NAVIGAZIONE SOLITARIA CON ROTTA SU MACBETH

Paolo Mazzarelli dà conferma delle sue ammirevoli doti interpretative e compositive narrando la storia di un famoso attore in crisi psicanalitica alle prese con Macbeth. Soffiavento è un gioco divertente, ha ritmo e bellissimi momenti, anche commoventi.
Andrea Porcheddu | gli STATIGENERALI

 

TRAMA
Un noto attore immaginario – Pippo Soffiavento – è in scena con la sua ultima interpretazione: il Macbeth di Shakespeare. Ma qualcosa va storto, lo spettacolo si interrompe, e l’attore è costretto a calare la maschera, mostrando al pubblico non più il personaggio, ma se stesso.
Al posto del ritratto del mitico Re di Scozia, va quindi in scena un (auto)ritratto di colui che intendeva interpretarlo, ma col passare del tempo i ritratti dei due -impegnati entrambi a fare i conti col compiersi del loro destino- finiscono per confondersi, fino a quando Macbeth e Soffiavento si riveleranno essere due facce della stessa medaglia.
La vanità, l’ambizione, la follia, il potere: che tu sia un artista o un re, che tu sia un tiranno o un attore, i nemici di un uomo sono gli stessi, e quando – al momento della resa dei conti – lo si capisce, è molto spesso troppo tardi.
Diceva Carmelo Bene: “Macbeth è l’occasione di fare del grande teatro non teatrabile. È l’impossibilità di stare sulla scena”. Un’impossibilità che sembra sancita dallo stesso Macbeth il quale, mentre il sipario già si chiude sulla sua esistenza, prima paragona la sua parabola proprio a quella di “un attore che si gode la sua ora sulla scena, e poi non se ne sa più nulla”, poi invoca la fine gridando in faccia al suo destino le celebri battute “Soffia, vento! Vieni, naufragio!” che danno il titolo allo spettacolo.
Eppure – è lo stesso Shakespeare che sembra dircelo- è proprio allora, quando il velo dell’io cade e ci si affaccia sul regno dell’impossibile, è proprio allora che può succedere -ad un attore, ad un re, ad un qualunque essere umano- di vedere e di vedersi. Ed è allora che, messo alle spalle il tempo dell’uomo, ha inizio talvolta quello del Teatro.

CREDITI
uno spettacolo di e con Paolo Mazzarelli


SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE DI LUIGI PIRANDELLO
Drammaturgia Francesco M. Asselta, Michele Sinisi
Regia Michele Sinisi
Con Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni D’addario, Giulia Eugeni, Marisa Grimaldo, Rosario Lisma, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Michele Sinisi, Adele Tirante

TRAMA

Quando lo spettacolo debuttò nel 1921, al Teatro Valle di Roma, la platea contestò la pièce al grido: “Manicomio! Manicomio!”. Il pubblico si trovò di fronte a qualcosa di completamente inedito, un assalto alla forma del teatro borghese, una non-storia in cui a essere messi sotto indagine non erano solo il meccanismo teatrale e la creazione artistica, ma lo stesso rapporto tra realtà e finzione.
Nel tempo, però, i Sei Personaggi sono passati da essere una pietra di scandalo a testo “classico”, da matinée per le scuole, un pezzo da museo della letteratura italiana.
ettere in scena questo testo oggi significa muoversi in una mediasfera dove il confine tra vita privata, storytelling, informazione e manipolazione è sempre più labile. Senza contare che lo stesso concetto di “io” è profondamente mutato, moltiplicandosi e sfaccettandosi su tutti i nostri device e account social, in un’oscillazione continua tra realtà e rappresentazione.
A quasi cento anni di distanza, Sei personaggi in cerca d’autore è ancora l’opera che meglio indaga il nostro rapporto tra vita e arte, reale e virtuale. Tra incursioni meta teatrali, prove aperte e nuovi ospiti ogni sera, l’opera di Pirandello è l’occasione per confrontarsi con la grande domanda: che cosa rimane dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità digitale?
Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello – il nome dell’autore in questo allestimento è diventato parte del titolo – è uno spettacolo matrioska, se così si può dire, in cui il piano meta-teatrale già presente nel testo viene portato all’estremo generando un cortocircuito dove attori, personaggi e pubblico convivono e si mescolano in un happening unico e irripetibile ogni sera.

 
SIEDE LA TERRA
di e con Francesco d’Amore e Luciana Maniaci


TRAMA

Uno spettacolo corrosivo e sorprendente sui meccanismi velenosi dei piccoli paesi, sul violento maschilismo e razzismo che li guida ma soprattutto su chi conduce la narrazione di un luogo e dunque su chi ne detiene il potere.
A incarnare questa figura è Clarice, l’impietosa pettegola dell’immaginario paese di Sciazzusazzu di Sopra, talmente abile nel manipolare le notizie da riuscire a salvare sua figlia Teresa da tutte le – fondate – dicerie che girano sul suo conto. Un giorno infatti su un muro appare una frase ingiuriosa intorno alla giovane: la madre riuscirà a spostare l’attenzione su un’omonima ragazza del paese, decretandone l’infelicità, pur di allontanare ogni sospetto da Teresa.
“Siede la terra” è un lavoro profondamente contemporaneo che, in maniera sottile, si interroga sulle logiche spietate della gogna pubblica ma anche sul corpo della donna, spesso oggetto di narrazioni subite, e sull’invenzione strumentale dello straniero, del diverso e dell’untore.

Mischiando teatro di narrazione, riflessioni sociologiche, teatro dell’assurdo e immaginario pop, i Maniaci d’Amore firmano un’altra drammaturgia irriverente e coraggiosa, un pamphlet contro le dinamiche tossiche del villaggio: non una galleria degli orrori bensì un comico inno d’amore, un’elegia in forma di accusa.

Perché, malgrado l’insofferenza, l’indignazione e a volte la vergogna, noi apparteniamo a queste comunità.
Non solo i nostri vulnerabili corpi, ma anche i nostri cuori poggiano qui, dove siede la terra.


Si ride, e molto (…) in questa brillante drammaturgia, labirintica nel suo procedere per salti temporali e accumulazioni (…) Con sagacia, d’Amore e Maniaci illuminano i vizi di un piccolo mondo: eppure non c’è manicheismo o presunzione nelle loro parole, quanto una divertita comprensione…
Alessandro Iachino, Stratagemmi



ALDST. Al limite dello sputtanamento totale
Con Viola Marietti
Compagnia Tristeza Ensemble
Regia Matteo Gatta, Viola Marietti
Dramaturg/Supervisione artistica Gabriele Gerets Albanese

Con un linguaggio che miscela momenti poetici ad uno slang ruvido molto milanese, sul palco un affresco a più voci che tra amici immaginari, postumi alcolici e feroce ironia interpreta il sentire dell’autrice e non solo.
Livia Grossi, Il Corriere della Sera

TRAMA
Un monologo per una sola attrice che interpreta tutti gli altri personaggi al microfono. Più che raccontare una storia, ALDST dipinge un affresco ludico ed espressionista di una vita. Piccole poesie lette dal quadernino con imbarazzo, riflessioni sulla nostra generazione e uno slang estremamente grezzo che sgomita per andare verso l’alto, tra una parolaccia e una paronomasia. Uno stile poetico-musicale che evade il realismo del parlato quotidiano, con contenuti tematici violentemente espliciti. Una via di mezzo tra la stand-up comedy più becera e una wannabe Sarah Kane.
Come in un lungo piano sequenza, assistiamo alle quotidiane peripezie della protagonista: i faticosi pranzi di Natale in famiglia, la depressione, le serate troppo alcoliche, la fatica di trascinarsi nel mondo con una zavorra sulle spalle.

Un’Alice sgangherata, alcolizzata, sconsolante, che forse, passando per mondi interiori e immaginari, vedrà alla fine del cunicolo un bagliore di luce di rinascita.

Di lei sappiamo tutto. L’amore, il lavoro, la solitudine, la religione, la malattia: compagni di vita pronti a restituirle sempre e con gli interessi quel carico di dolore senza nome che si porta dentro come una bestiolina. Ci sono ramanzine, autocommiserazioni, medici con accento tedesco, amici che vivono nella doccia, tremendi postumi dell’alcol, nonne rimbambite e sorellastre, didascalie inopportune, amori catastrofici, mattinate inconcludenti, elucubrazioni senza capo né coda, disoccupazione perenne, somatizzazioni intestinali, amiche fuori di testa, un sacco di pensieri dei vent’anni.



L’OPERAZIONE. LO SPETTACOLO DA VEDERE…PER FORZA!
Grandi risate con attenzione all’umanità nascosta dei personaggi. (…) L’Operazione nasce per smascherare col sorriso le ipocrisie, le illusioni e la crudeltà del mestiere dell’attore. La cosa oltremodo curiosa è l’argomento scelto per questa azione pirandelliana: gli anni di Piombo.  Una riflessione semiseria anche sul rapporto tra chi il teatro lo fa, e chi ne scrive.
Michele Weiss, La Stampa

TRAMA
Quattro attori di oggi mettono in scena un testo scritto da uno di loro che parla di quattro terroristi clandestini negli anni di piombo. E ne viene fuori una commedia umoristica dal sapore dolce e amaro.
Osserviamo come vivono quattro quarantenni fra i più precari di tutti i precari: gli attori.
Creature sospese tra l’alto ideale creativo e la grettezza di un contratto di scrittura e una piccola recensione che dia conforto.
Chiusi in uno spazio sotterraneo, come topi operosi, alle prese con le prove di uno spettacolo sui brigatisti, lavorano, si confrontano, litigano, si confidano, sperano e si deprimono. Si scontrano sull’attualità delle “necessarie nuove forme” del teatro, sulla utilità o meno della rappresentazione dell’arte, e si convincono pervicacemente che l’unico sbocco per uscire alla luce del sole è farsi recensire dal critico più potente d’Italia, l’unico che ha davvero il potere di dare senso e consenso al loro lavoro e alle loro vite sommerse.
Nonostante il grande successo di pubblico, avendolo invano invitato, il potente critico, divenuto ormai una vera ossessione, non fa fede alla sua promessa di assistere allo spettacolo, gettando nello sconforto la banda dei quattro.
Accecati dal delirio combattente dei personaggi che interpretano sulla scena, più come Ferribbotte e Capannelle de “I soliti ignoti” che come Curcio e Morucci delle Br, sequestrano l’autorevolissimo personaggio alla maniera dei sequestri lampo delle prime cellule brigatiste degli anni ’70, costringendolo con le cattive a vedere il loro lavoro.


L’OPERAZIONE. LO SPETTACOLO DA VEDERE…PER FORZA!
Grandi risate con attenzione all’umanità nascosta dei personaggi. (…) L’Operazione nasce per smascherare col sorriso le ipocrisie, le illusioni e la crudeltà del mestiere dell’attore. La cosa oltremodo curiosa è l’argomento scelto per questa azione pirandelliana: gli anni di Piombo.  Una riflessione semiseria anche sul rapporto tra chi il teatro lo fa, e chi ne scrive.
Michele Weiss, La Stampa


TRAMA
Quattro attori di oggi mettono in scena un testo scritto da uno di loro che parla di quattro terroristi clandestini negli anni di piombo. E ne viene fuori una commedia umoristica dal sapore dolce e amaro.
Osserviamo come vivono quattro quarantenni fra i più precari di tutti i precari: gli attori.
Creature sospese tra l’alto ideale creativo e la grettezza di un contratto di scrittura e una piccola recensione che dia conforto.
Chiusi in uno spazio sotterraneo, come topi operosi, alle prese con le prove di uno spettacolo sui brigatisti, lavorano, si confrontano, litigano, si confidano, sperano e si deprimono. Si scontrano sull’attualità delle “necessarie nuove forme” del teatro, sulla utilità o meno della rappresentazione dell’arte, e si convincono pervicacemente che l’unico sbocco per uscire alla luce del sole è farsi recensire dal critico più potente d’Italia, l’unico che ha davvero il potere di dare senso e consenso al loro lavoro e alle loro vite sommerse.
Nonostante il grande successo di pubblico, avendolo invano invitato, il potente critico, divenuto ormai una vera ossessione, non fa fede alla sua promessa di assistere allo spettacolo, gettando nello sconforto la banda dei quattro.
Accecati dal delirio combattente dei personaggi che interpretano sulla scena, più come Ferribbotte e Capannelle de “I soliti ignoti” che come Curcio e Morucci delle Br, sequestrano l’autorevolissimo personaggio alla maniera dei sequestri lampo delle prime cellule brigatiste degli anni ’70, costringendolo con le cattive a vedere il loro lav

 


LA GRANDE ABBUFFATA
Dall’omonimo film Di Marco Ferreri
Drammaturgia Francesco Maria Asselta, Michele Sinisi
Regia Michele Sinisi
Scenografie Federico Biancalani
Con Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Adele Tirante

C’è un punto in cui il corpo e la mente vivono insieme la consapevolezza di ogni istante che passa. Forse lì si nasconde il naturale senso del tutto, che da quando abbiamo cominciato a ragionare ci fa dire Dio, fortuna, destino, speranza, paura e felicità e altre parole simili.
Michele Sinisi

SONO PRESENTI SCENE DI NUDO INTEGRALE

TRAMA


Le atmosfere di un film controverso di Marco Ferreri, incubatore di temi scomodi e tessitore di incubi che ancora ci riguardano, si riverberano sul palco nella vicenda di quattro uomini liberi e gaudenti che programmano la propria morte in un’orgia di cibo e sesso, diventando potente allegoria di una società votata all’abbuffata indiscriminata di informazioni, di prodotti, di opinioni, di fatti, di realtà divorata dal virtuale e viceversa.
Uno spettacolo fisico e catartico che matericamente ci conduce a riflettere su bisogno e desiderio e sui fantasmi della noia e dell’impotenza.
Insieme a Francesco M. Asselta, il regista Michele Sinisi opera una riscrittura della sceneggiatura originale costruendo un sovrabbondante ipertesto scenico tramato di tensioni e contraddizioni, come il nostro presente che pare destinato alla consumazione compulsiva e in cui i corpi/organismi sembrano poter riprendere possesso del presente solo tornando ad una esistenza puramente fisiologica.

Su una scena scarna e postindustriale, in cui si allestisce la grande soirée/la grande bouffe su un tavolo da obitorio, tra una una cucina rudimentale e celle di acciaio a ospitare corpi in esposizione, assistiamo ad una contaminazione continua tra palco e platea, ad un’iperproduzione di segni e linguaggi diversi in cui fanno incursione video, file audio pescati dalla rete, jingle pubblicitari in una continuità che ne annulla i significati. Un’esplorazione parossistica dell’osceno che dialoga ironicamente con la narrazione televisiva, la fiction, la pornografia dell’immagine e, in sintesi, con il nostro presente.

E così i personaggi che abitano la scena entrano ed escono dalla parte, mettono in discussione la trama, fanno e disfano battute, improvvisano ricordando allo spettatore di essere prima di tutto attori, impegnati in una ricerca creativa che va ben al di là della semplice finzione.